NONOSTANTE SI CERHI DI ASSOLVERLO, RIPURIRLO E ABBELLIRLO, IL CARCERE VERO E’ QUELLO CHE E’ STATO CONDANNATO MILLE VOLTE!

18 novembre 2015 - Blog / Prima Pagina

Nel carcere di Torino ad una educatrice viene revocata l’autorizzazione all’ingresso per aver indossato una maglietta NO-TAV e per aver salutato alcuni attivisti fuori dal carcere. (approfondisci)

In un altro carcere del centro Italia il concerto per i detenuti del cantautore Mannarino scatena una polemica finita addirittura sul tavolo del Ministro perché ha cantato la canzone “Scendi giù”, vincitrice del premio Amnesty International, dedicata al caso Cucchi. (approfondisci)

Qual è l’elemento che unisce questi due casi? La libertà direi, la libertà in un luogo che per definizione e per mandato la nega. Chi sono i prigionieri? Solo i detenuti o tutti coloro che vi transitano per lavoro, per volontariato, per regalare un momento di svago ai detenuti?

Nel caso di Torino, il sillogismo che ha spinto a questa decisione estrema è stata l’accostamento NO -TAV=TERRORISMO, persino Erri De Luca ha dovuto affrontare un processo per aver sostenuto il movimento no-tav.

Posso solo ipotizzare cosa abbia spinto un Direttore di un carcere tanto grande e complesso, come quello di Torino, a prendere una decisione tanto grave.

Una prima ipotesi è la pressione che ha subìto da parte della polizia penitenziaria, quella parte “nostalgica-vecchio tipo”, che non si è resa conto di quanto il carcere sia cambiato dagli anni 70 ad oggi.

Prima della riforma dell’ordinamento penitenziario il carcere ha vissuto un periodo buio, negli istituti penitenziari vi erano delle sommosse collettive difficili da governare, all’epoca anche i direttori andavano in giro armati, la tensione sociale esterna rendeva pericoloso il lavoro interno. Molti agenti di polizia penitenziaria sono caduti sotto il fuoco dei movimenti terroristici. Ci furono molti attacchi alle strutture penitenziarie per favorire evasioni.

Durante una rivolta nel carcere di Alessandria nel 1974 anche un’assistente sociale è morta.

Sono passati però oltre 40 anni, la situazione sociale è cambiata ed anche la popolazione degli istituti penitenziari è molto diversa. Oggi nel carcere si ha a che fare con molti detenuti stranieri, piccoli reati legati per lo più alla sopravvivenza, a condizioni di marginalità sociale, tossicodipendenza, disagio psichico, problemi psichiatrici. Le tensioni interne nascono dalle difficili condizioni di vivibilità, dalla povertà dei detenuti, dalla carenza di attività che possano tenerli tutti occupati, non ci sono più tensioni contro il sistema carcere.

Questa educatrice lavorava per una cooperativa che, in collaborazione con il SerT ed il Carcere gestisce una sezione particolare del carcere, una piccola comunità per tossicodipendenti inserita nel carcere stesso. Una sezione che si chiama “Arcobaleno” un fiore all’occhiello rispetto al trattamento dei tossicodipendenti che altrimenti, come succede in molti altri Istituti penitenziari, sono lasciati al solo trattamento farmacologico. Lì funziona invece come una vera e propria comunità, i detenuti sono responsabilizzati e tutti partecipano ad un programma terapeutico personalizzato finalizzato ad un pieno reinserimento al termine della pena. L’educatrice, così come ha anche confermato il Direttore in una intervista, non aveva contatti con altri detenuti, non poteva girare per le altre sezioni e non poteva incontrare i detenuti NO-TAV presenti nel carcere di Torino. Che pericolo poteva rappresentare?

Parlavo di pressioni che probabilmente il Direttore ha subito, prospettandogli scenari da anni 70, e qui si sarà innescato il meccanismo della fretta, della decisione più veloce, eliminare subito il problema. Questa è un’altra cosa che accade spesso in carcere, si agisce d’impulso, sotto pressione, si intraprende la strada che apparentemente è più semplice, non si valuta attentamente la situazione, non si riflette e non si pensa alle conseguenze.

E le conseguenze non sono nefaste soltanto per questa giovane donna, madre di una bambina che si è vista perdere il proprio reddito da un giorno all’altro senza neanche una spiegazione (ha dovuto ricorrere ad un avvocato per capire le motivazioni…), le conseguenze saranno nefaste per tutti, per il sistema carcere che, per la fretta di decidere, ha preferito fare ripiombare il carcere a 50 anni fa. Il Direttore del Carcere di Torino è un giovane Dirigente che in precedenza ha diretto l’istituto di Aosta e prima ancora quello di Asti. Era lui a dirigere Asti quando ci furono le denunce per maltrattamenti e la sentenza che definì quei fatti “Tortura”, ma da quelle accuse furono tutti prosciolti perchè in Italia non esiste il reato di Tortura. Il Direttore non è mai stato posto sotto accusa, questo è bene specificarlo, ma un Direttore ha sempre una responsabilità se non materiale, quantomeno morale su quanto accade nel carcere che dirige, così come, a mio avviso, tutti quelli che ci lavorano possono essere più o meno complici delle brutture che vedono e vivono. Un direttore deve trovare un equilibrio nella gestione di tutto il personale e frenare talvolta quella parte di polizia che ho definito “vecchio stampo”, usare fermezza e far valere il buon senso.

Nel secondo caso, alcuni rappresentati della polizia Penitenziaria non hanno gradito la canzone di Mannarino che racconta di morte, una morte per mano di una divisa. Hanno gridato all’ingiuria, si sono sentiti offesi e denigrati. Qui il fattore negazione si esprime ai massimi livelli. Come se tutti quei casi di morte per mano di personale della polizia, non esistessero, o meglio esistono e se ne può parlare solo fuori da quelle mura, in carcere non si deve parlare di violenza e non si deve parlare di tortura, anche se, vorrei ricordare, siamo stati condannati dalla Corte Europea a risarcire i detenuti che hanno vissuto in condizioni disumane, e stiamo pagando ogni singolo caso abbia fatto ricorso.

Sono subito partite le comunicazioni di denuncia da parte dei sindacati che minacciavano di intraprendere azioni legali contro il cantautore, attacchi verso la direzione che non ha interrotto il cantante e non ha detto niente in difesa dei poliziotti che lavorano in carcere, attacchi all’area trattamentale che ha permesso questo scempio, insomma in carcere si pensa solo ai detenuti e non si pensa mai alle forze di polizia!!! nessuno dice mai quanto sono eroici i poliziotti a salvare vite umane, nessuno dice mai quanto lavorano i poliziotti.

In questo caso la Direzione è stata ferma, ha difeso il diritto di espressione, ed ha lasciato che, come sempre accade, lo sdegno si attenuasse.

A quanto pare nessuno è libero veramente in quel posto, si deve rendere conto del proprio pensiero, delle proprie ideologie, del proprio modo di porsi con i detenuti, con la polizia, con tutti.

Il carcere nega la normalità, c’è un carcere di facciata, quello che viene raccontato dai rappresentanti, dai politici, dai dirigenti, il carcere giusto, equo, civile, risocializzante che pone il detenuto al centro, ed un carcere che invece vive solo chi ci lavora o ci transita per i più svariati motivi. E quel carcere non è affatto semplice come viene raccontato, ti demotiva e demoralizza. Non appena hai l’impressione di aver fatto dei passi avanti, di aver raggiunto un avamposto e ti prepari a lottare per raggiungere un nuovo obiettivo, ti trovi scaraventato nuovamente indietro, a spiegare e lottare per far svolgere un’attività che pensavi consolidata. E mentre il mondo esterno va avanti, si evolve e cresce, tu hai l’impressione di essere sempre fermo, immobile e inutile.

Il carcere vero è quello che è stato condannato mille volte, nonostante si cerchi ogni volta di assolverlo, di ripulirlo, di abbellirlo.

Raffaella Messina

Comments

  1. redazione ha detto:

    Vi invito a guardare anche un articolo di Roberto Saviano dal titolo “Il Ventre di Napoli” sull’inserto di Repubblica del 15 novembre 2015 (numero 557).
    Saviano commenta un fotoreportage di Valerio Bispuri che riporta frammenti di vita quotidiana nel carcere di Poggioreale.
    http://www.repubblica.it/static/domenica/

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